Riflessioni libere sulla sostenibilità

L’altra sera guardavo in televisione l’ultima puntata di Pechino Express, un reality-show di avventura che mette delle coppie di famosi o pseudo tali alle prese con numerose “prove di vita”, il tutto in un contesto lontano e magico come l’Asia. Per quanto io guardi poco la televisione, devo dire che questo programma mi ha appassionato, perché è stato capace di farmi rivivere comodamente dal mio divano italiano tutte quelle emozioni provate in prima persona durante i miei anni da cooperante in Asia. Inoltre l’idea di destinare ad ogni puntata una donazione ad una associazione gli ha dato quel pizzico di “impegno” e “responsabilità” che ci manda tutti a letto senza avere troppi sensi di colpa nei confronti di chi se la passa peggio di noi. Insomma, un programma ben impacchettato, non c’è che dire.

Cosa c’entra tutto questo con la sostenibilità? Ancora non l’avete capito? Vi do un altro indizio: la mia compagna a fine puntata mi ha detto che se la nostra coppia avesse partecipato al programma, si sarebbe chiamata “i Sostenibili”. E questo perché? Perché sprechiamo poca acqua, perché facciamo la raccolta differenziata, perché consumiamo il più consapevolmente possibile, perché usiamo i mezzi pubblici (n.b.: a Roma questo rappresenta una vera e propria sfida), perché andiamo in bici, perché siamo per l’integrazione e la non violenza, perché amiamo il verde, (ma anche) le persone e gli animali, perché crediamo nell’educazione e nella sanità pubblica e di qualità, perché abbiamo l’amaca in giardino. Mi domando: è sufficiente tutto questo per essere definiti “sostenibili”?

Ma scusate: ma gli altri come vivono? Non dovremmo tutti agire in questo modo, per garantire più armonia e coesione nella nostra società, per favorire la crescita umana, per scongiurare conflitti, per proteggere l’ambiente e quindi assicurare direttamente la nostra sopravvivenza e quella dei nostri figli? Ma soprattutto: non dovremmo tutti avere un’amaca in giardino?

 

Credo che ognuno di noi abbia punti di vista diversi, esperienze di vita diverse, obiettivi diversi, e sono tutti da rispettare. Ma credo anche che ci siano degli aspetti su cui tutti dovremmo concordare, e cioè che nella vita tutto quello che si dà si riceve indietro, e che si riceve indietro secondo COME lo si è dato. Se inquini, hai piogge acide e non ti puoi fare il bagno al mare; se disboschi, hai frane e alluvioni; se non integri, hai più violenza e fondamentalismi; se usi la macchina per andare a fare shopping, hai più traffico e anche più pancia; se non educhi e non curi bene, hai una società più ignorante, più debole e (ops!) più soggiogabile.

Quindi, dove sta la sostenibilità? Sta nel dare nel modo giusto, per attivare dei meccanismi di dare/avere positivi anziché negativi. Sta nel COME. Sta nel fermarsi un attimo dalla nostra folle e insensata corsa all’interno di una ruota per criceti, alzare la testa, respirare e riflettere su cosa è bene e cosa no per noi e per gli altri e da lì ricominciare la propria vita, continuando a correre o magari decidendo di camminare, proseguendo il proprio percorso sulla ruota per criceti o magari decidendo di inventarsi un nuovo sentiero.

C’è chi dice che se fossimo solo 2 miliardi sul pianeta non avremmo più molti dei problemi che ci affliggono oggi, ma io non sono dell’idea di togliere di mezzo 5 miliardi di persone solo per stare più comodi noi (venghino signori venghino, prossimo viaggio su Marte tra 10 minuti!)… E poi chi l’ha detto che su Marte non ci finiremmo proprio noi “industrializzati”?

Quindi forse è più utile accettare di starcene più stretti, di rimboccarci le maniche e di incominciare ad agire, a FARE (maiuscolo grassetto corsivo sottolineato), senza aver paura di sbagliare, riprendendo dalla soffitta sentimenti impolverati quali fiducia, rispetto, volontà, pace, amore e condividendoli con gli altri: il risultato sarà immediato e rivoluzionario, non ne ho dubbi.

Anche nel nostro settore, quello del non profit, quello della sostenibilità, una nicchia tra le nicchie della società civile, si riproducono dinamiche come quelle descritte finora, seppure ci si aspetti che gli “addetti ai lavori” abbiano un atteggiamento diverso su queste tematiche: siamo umani anche noi, dopo tutto! E così si finisce per costruire il mito di se stessi (il self marketing è indispensabile in tempi di crisi come questi), ci si arrocca sulle proprie idee, sui propri progetti; ci si caratterizza fino all’estremo (io faccio diritti dell’ambiente, io diritti dei migranti, io crowdfunding, io fundraising, io innovazione sociale, io startup, io io io…); si teorizza da dietro al proprio laptop, si ripetono affermazioni “sicure” prodotte da fonti “autorevoli”, per non rischiare di esporsi troppo, di risultare la voce fuori dal coro, stridente rispetto a tutte le altre, che invece si affrettano a ritwittare senza integrare, commentare, criticare (costruttivamente, ovvio); si sta bene attenti a stringere rapporti con gli uni e non con gli altri, ci si guarda con sospetto, a volte con rivalità… Ci si litiga lo stesso pezzo di pane! Ed eccoci qui, resi criceti anche noi, ognuno nella propria gabbia esclusiva, a cercare di raccogliere più briciole possibile di quelle lasciate sui tavoli che contano. Perché il non profit italiano vive ancora delle briciole, della bonaria compassione di questa società molto poco sostenibile, in primis in termini morali. E allora se vogliamo sovvertire questa situazione, se vogliamo avviare un vero cambiamento nella società, sta a noi fare il primo passo in avanti (incoscienti!!), noi che abbiamo SCELTO (maiuscolo grassetto corsivo sottolineato) di operare nel non profit, di lottare per qualcosa di più elevato del quotidiano, di vivere una vita diversa da quella degli altri, piena di frustrazioni e porte in faccia, fatta di 10 delusioni per ogni soddisfazione ricevuta. Abbiamo scelto di fare tutto questo anche per tutte quelle persone che non capiscono cosa facciamo e perché lo facciamo… e soprattutto perché non ci possiamo vedere Pechino Express in santa pace, senza che testa e cuore stiano sempre attivi, pronti a sovrastarci di passione per il bene, per l’altro, per tutto ciò che ci circonda; in una parola, passione per la vita.

 

Quindi colleghi del non profit (amici!), deponiamo le armi, scendiamo dalle nostre rocche, usciamo dalle nostre gabbie, guardiamoci in faccia e rendiamoci conto che l’unione fa la forza e che la sostenibilità si fa, non si dice: fare è l’unica maniera per arrivare a sedere al tavolo dei grandi, coi grandi, come i grandi. Usiamo le nostre splendide teste ed agiamo, sporchiamoci le mani, perché la teoria quando è ancora in divenire si costruisce anche con la pratica. Viva la sostenibilità, viva la vita, viva noi.

Luca Bazzoli